La ricerca è un viaggio senza capo né coda. Comincia sempre “nel mezzo” e così avanza.
Ogni ricerca è un pezzo di strada, all’interno di una più ampia ed eterogenea rete di percorsi che si sovrappongono, s’intersecano, si diramano, fuggendo in tutte le direzioni.
Tuttavia ogni ricerca, nel suo procedere, traccia itinerari singolari: a volte può essere utile rimemorare il percorso, assemblandone le tappe frammentarie e disperse, sia per orientarsi nel viaggio, sia per condividerlo con gli altri.
“Fare archivio” può significare anche questo.

Dopo la stagione delle “performance-dibattito” e dei “saggi-spettacolo”, intorno al 2015 è sorta nel collettivo Action30 una duplice esigenza: da un lato avviare una riflessione su dieci anni di pratiche in ambiti diversi (produzioni editoriali, mostre, cortometraggi, performance, spettacoli, situazioni “didattiche” quali seminari e “worktables” partecipativi); dall’altro immaginare nuove pratiche performative che, facendo esplodere la “scena”, proponessero situazioni aperte e dinamiche, nelle quali il pubblico potesse diventare coprotagonista di un’esperienza di creazione collettiva e condivisa.

Entrambe queste esigenze, evidentemente connesse, sfociano nell’idea di “bazar elettrico”.

 

Prima tappa. L’oceano mediatico: cercasi via d’uscita

Nage nage petit poisson. Dés/obéir à l’époque de la téléréalité

Festival des Libertés / Bruxelles / Théâtre National / 18 octobre 2014

Una catastrofe ha inghiottito il mondo. Rinchiusi in vascelli sottomarini, i sopravvissuti vagano in un deserto d’acqua, combattuti tra la nostalgia del mondo perduto e l’utopia di un’isola riemersa. Un uomo riflette: la realtà non si distingue più dal suo spettacolo e l’oceano nel quale navighiamo è il prodotto di questa confusione. Rovistando negli archivi, s’imbatte in una strana scena: l’incontro di Allen Funt, pioniere della Reality TV, con Stanley Milgram, autore di un’esperienza scientifica sull’obbedienza.
Mentre cerca di comprendere, l’immagine di una creatura ibrida comincia a ossessionare i suoi sogni: dal loro incontro nascerà forse la possibilità di un altro mondo.

 

Seconda tappa. Il bazar delle nostre vite: la precarietà esistenziale, condanna o risorsa?

Dopo questo saggio-spettacolo, l’uomo che provava a trovare una via d’uscita nell’oceano mediatico in cui era immerso, è diventato una ragazza che parlava della sua vita quotidiana. Ne è nato un nostro breve testo, circolato all’interno del collettivo, e che si presentava come una sorta di ponte tra lo spettacolo Nage nage petit poisson e qualcosa che stava emergendo senza riuscire ancora a definirsi, a nominarsi.

La vita è precaria. Ho quasi 20 anni e non posso permettermi di fare una lista delle priorità, immaginando la cronologia del mio avvenire: lavoro, matrimonio, casa. Il futuro è incerto, una pallida lucina dietro un muro di nebbia. Meglio non pensarci. Anzi, meglio vaccinarsi: per evitare di soffrire domani, a causa di un fallimento, meglio volare basso, assumendo piccole dosi di frustrazione quotidiana. Prevenire è meglio che curare. Così si dice. E qualcosa è meglio di niente. I grandi progetti? I grandi sogni? No grazie. Sono un lusso che non posso permettermi. Bisogna togliersi dalla testa le grandi porte che si aprono sul futuro, e approfittare delle porticine che si aprono adesso. Per essere pronti e disponibili a infilarcisi dentro. Il presente è una porta girevole, si può solo continuare a girare. Uscire e rientrare. Entrare e uscire di nuovo. Un po’ di studio, qualche lavoretto occasionale a destra e a sinistra, un po’ di divertimento, un po’ di affetto. L’amore? Una parola grossa! In effetti, mi fa un po’ paura. Ma sì, anche un po’ di amore, eventualmente, perché no. Meglio lasciarsi aperte più possibilità, visto che nessuna offre una garanzia di successo. Meglio approfittare di un po’ di tutto, non sapendo che cosa ci riserverà il futuro. La vita è fatta di tanti pezzettini diversi. È come un minestrone. E io ci nuoto dentro.


Per il mio compleanno, mi hanno regalato uno smartphone. Fantastico, era proprio quello che volevo! Mi piace navigare, sentire musica, chattare con gli amici. E poi adoro i selfie, pubblicarli su facebook. Non è un semplice passatempo. Per me è molto di più. È uno stile di vita. Il mio personale modo di lasciare un’impronta nel mondo. A volte, però, mi sembra di essere un pesciolino che sguazza nell’acqua. Un oceano nel quale la realtà non si distingue più dal suo spettacolo. È come se, ogni giorno, in qualsiasi momento della mia vita, tutto finisse in un frullatore. I pezzi del minestrone sono inghiottiti, tritati, digeriti. Alla fine, resta solo una distesa piatta e omogenea. Senza dislivelli. Senza differenze. Senza coordinate. Senza punti di riferimento. La vita è come la pappa di un bambino. E io ci nuoto dentro.
Non è che mi dispiaccia. Al contrario. Me ne vado di qua e di là, nuoto, mi lascio trascinare dalle correnti. Nessuno mi dice quello che devo fare e quello che non devo fare. Sono io a decidere. Mi sento libera. Una sensazione piacevole. Molto piacevole, se devo essere sincera. Però non mi aiuta, quando devo riflettere o esprimere un giudizio. Che ne so. Cose così. Se un giorno devo prendere una decisione, per esempio obbedire o disobbedire ai miei genitori o ai professori, o se devo decidere se una notizia è vera o è falsa. Oppure se sento l’esigenza d’inventarmi qualcosa. Qualsiasi cosa. Non so. Come faccio a pensare, ad agire, a creare, se tutto si mescola con tutto? Se non riesco più distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il pubblico dal privato? Come ritrovare il filo di una realtà qualsiasi per cui valga la pena di vivere o di lottare? Non so. Sono proprio confusa. Mi sembra di non essere me. Insomma, la persona che sta parlando, qui, adesso, sono io. Questo è certo. Eppure stento a riconoscermi. Da dove viene questa voce che m’interroga, che mi pone tutte queste strane domande? E che mi fa dubitare persino di me stessa?
Forse parlo così perché sono un po’ depressa. Ieri c’è stata una festa. Che sbornia. E stamattina ho vomitato tutto. Un mare di parole, immagini, suoni. E ora mi ritrovo sola, chiusa nella mia stanza. Il caos più totale. Come se fossi stata inghiottita da facebook. E ci nuotassi dentro. Ogni movimento del pollice sullo schermo è un colpo di pinna nell’acquario. Scivolo da un riquadro all’altro o forse sono trascinata dal flusso delle notizie che si succedono sulla pagina. La foto scattata da un amico al parco, sto malissimo, perché l’ha pubblicata?, odio!, il video di un cagnolino che saltella su due zampe, simpatico, un brano musicale che forse “mi piace”, l’invito all’inaugurazione di un negozio, conosco questo tizio?, comunque “parteciperò”, un articolo sugli attentati di Parigi, un altro articolo sui morti di Parigi e sui bombardamenti in Siria, facebook che mi ricorda l’inizio di un’amicizia, già quattro anni?, incredibile, la notizia che la mia squadra di pallavolo ha perso di nuovo, che noia, il trailer di un film, divertente, forse, i testi di una canzone, sono in inglese, oggi passo, il video di un gattino che cammina sul davanzale, la notizia di un’altra persona sgozzata dall’Isis, la foto dei piedi di mia cugina su una spiaggia, 35° gradi, beata lei, facebook che mi propone di pubblicare il mio “anno in breve”, l’invito a firmare una petizione contro la vivisezione degli animali, povere bestie, credevano fosse un semplice punto nero e invece guarda che cosa è venuto fuori, schifo!, una foto del Dalai Lama con una frase che dice… Basta, dovrei uscire. Ma non ci riesco. No, oggi non è piacevole. Dovrei mettere un po’ d’ordine in questo bazar. Se solo sapessi da dove cominciare. Mi sento persa, paralizzata. So che ieri è successo qualcosa d’importante, ma non ricordo nulla. Non so nemmeno se sono sveglia o sto sognando. Ora chiamo un amico. Lui ha sempre qualche buona idea, magari riesce a darmi una mano.
Ecco. Faremo funzionare il frullatore al contrario, per risalire ai diversi ingredienti che compongono la bordaglia indistinta in cui nuoto come un pesce. Ritroveremo insomma il minestrone di partenza. Sì, proprio così. È questa l’idea. Smontiamo e rimontiamo questo caos, creando degli shock, provocando degli sbalzi di tensione. Forse mi verrà in mente qualcosa. Al lavoro. Non ci resta che provare a costruire un bazar elettrico.

Terza tappa. Per incontrarsi bisogna reinventare il mondo.

 

A dire “la mia vita è un minestrone” era stata una studentessa di Martina Franca,
durante un incontro del progetto Corrono nuotano volano strisciano. Indagine conoscitiva sui ragazzi di Martina Franca

Per tre anni, si sono svolti nelle scuole superiori di Martina Franca dei “worktables” multimediali tematici – un dispositivo frutto delle sperimentazioni del collettivo Action30 – finalizzati in questo caso a stimolare un confronto tra generazioni.
Uno di questi tavoli è stato dedicato alla realizzazione di un gioco, battezzato “La mappa di Cenerentola”: gli studenti dovevano inventare la storia di due personaggi, estranei o separati dalle circostanze, e provare a farli incontrare attraverso la combinazione di una serie di “oggetti” da loro selezionati (esercizio dalle valenze cognitive che investiva sulla carica affettiva insita nella relazione con gli oggetti).

Immaginiamo che il mondo sia diventato un deserto, che il legame sociale sia lacerato o distrutto, che siamo perduti: come facciamo a incontrare noi stessi e gli altri?
Reinventando mondi, paesaggi.
Per fare questo c’è bisogno di mappe sinaptiche, “macchine” analogiche che consentano di stabilire nuove connessioni, tutta una trama o una cartografia, e che funzionino sempre su due livelli: la realtà oggettiva (luoghi, tempi, cose, itinerari ecc.); la realtà soggettiva, psichica, desiderante (sogni a occhi chiusi o aperti, fantasie, associazioni mentali ecc.).

La scarpina di Cenerentola è l’espressione fiabesca e simbolica della potenza racchiusa negli oggetti.
È l’oggetto che significa la realtà dell’amore perduto.
È l’oggetto che resta come traccia di tale realtà.
È però anche la mappa del tesoro: il sistema-oggetto che permette di organizzare l’indagine per ritrovare o incontrare la realtà-amore.
È un oggetto carico di desiderio.

L’idea di questo gioco, che si ritrova in Bazar elettrico in Action, è stata stimolata dalla rilettura di alcune opere di André Breton (Nadja e L’amour fou), le quali, a quasi un secolo dalla loro pubblicazione, si sono imposte per la loro sconcertante attualità: perché i surrealisti, presi nella catastrofica morsa tra la Prima guerra mondiale e i cupi annunci della Seconda, se andavano in giro come invasati, cercando nelle strade di Parigi segni, indizi, strane corrispondenze tra la realtà e il sogno, tra il mondo delle cose e i flussi del desiderio? La risposta è semplice, anche se per nulla scontata: perché in quella terribile congiuntura storica, l’Uomo non era più una certezza, ma era diventato invece un angosciante punto interrogativo, e quindi l’oggetto di una rischiosa scommessa.
Per incontrarsi, per stabilire nuovi legami, per trovare l’amore, non si poteva fare altro che reinventare il mondo. Dalle fondamenta. Il vecchio mondo era tramontato, il nuovo non albeggiava ancora, mentre la marea fascista invadeva l’Europa.

 

Quarta tappa. Pensare facendo.

L’informe, il rizoma, il blob. Per un divenire “minore” della filosofia

Una delle principali caratteristiche del collettivo Action30 è una sorta di loop tra le pratiche e le riflessioni sulle pratiche. Nel corso di una decina d’anni di sperimentazioni, sono emerse alcune “figure” concettuali che il collettivo ha mobilitato, non tanto per il loro carattere teorico, quanto per la loro valenza operativa: non si trattava di catturare il mondo in una rappresentazione teorica, ma di implicarsi nei suoi problemi, di farne l’esperienza, di correrne per così dire il rischio e provare al tempo stesso a incidere su di esso.
In questo saggio, nel quale si fanno dialogare Bataille e Deleuze a partire dalla comune tensione verso l’eterogeneo, la macchina di ricerca di Action30 cercava di riflettere sul suo stesso funzionamento.

Quinta tappa. Il tavolo da lavoro.

Bazar elettrico. Bataille, Warburg, Benjamin at Work.

Com’è fatto il tavolo da lavoro di uno studioso o di un artista? Come si presenta lo spazio fisico e mentale in cui la ricerca critica e creativa si esercita quotidianamente? Come funziona una macchina di ricerca e quali sono le implicazioni cognitive, estetiche, etiche e politiche?

Il tavolo da lavoro di Action30 è sempre stato un bazar. Ci si poteva trovare veramente di tutto: dai fumetti ai libri di storia e di filosofia, dalle fotografie, ai romanzi e ai manuali di medicina. Poi però, continuando la ricerca, il collettivo ha fatto una serie d’incontri che hanno mostrato lo spessore storico e culturale del suo modo di operare. L’informe rivista Documents di Bataille, la Kulturwissenschaftliche Bibliothek e il rizomatico progetto del Bilderatlas Mnemosyne di Warburg, il collage di citazioni dei Passages di Benjamin e più in generale il suo essere, il suo farsi “uomo-montaggio”: per Action30 sono tra i principali esempi di tavoli da lavoro che funzionano come bazar elettrici. Il tavolo, il bazar diventa elettrico quando si creano montaggi inediti tra i materiali molteplici ed eterogenei che vi affluiscono.

 

Tuttavia, se si è deciso di consacrare un “saggio grafico” a queste tre importanti figure del passato, non è solo per rendere loro omaggio, mostrando quali sono i presupposti storici e culturali del lavoro del collettivo. Quando sono state allestite e messe in moto, nella prima metà del XX secolo, le macchine di ricerca di Bataille, Warburg e Benjamin hanno avuto un impatto esplosivo, la cui onda d’urto giunge fino a noi. Sono state delle formidabili tempeste elettriche nel paesaggio culturale dell’epoca. Il problema è che oggi l’informe di Bataille, il rizoma di Warburg, il collage di Benjamin e l’uomo-montaggio che fu Benjamin stesso, si sono “realizzati”. Sono diventati banale realtà, esperienza quotidiana. L’eterogeneo ha invaso la nostra esistenza. Le nostre stesse vite sono dei bazar: assemblaggi frammentari e precari, minestroni.

Tuttavia, ecco l’aspetto decisivo, l’eterogeneo tende oggi a essere trasformato in omogeneo. Anche questa è un’esperienza quotidiana. Basti pensare alla gentrificazione o a come funzionano i social network: il video di un simpatico gattino sta accanto alla foto di un bambino migrante annegato; le foto di una torta o di un piatto di pasta stanno accanto a immagini di città devastate dalla guerra e così via…

Da questi frullatori industriali escono fuori solo pappe per bambini. Invece di farci sobbalzare sulla sedia, tendono a produrre abitudine e consenso. Per resistere a tale tendenza, bisogna provare a inventare degli appositi contro-frullatori: macchine che smontando e rimontando la realtà siano in grado di ottenere l’eterogeneo dall’omogeneo.

In tal senso, il libro Bazar elettrico non è un’operazione di storia monumentale o antiquaria: è un’operazione che prova a mettere gli archivi culturali – i vecchi tavoli da lavoro di Bataille, Warburg e Benjamin – alla prova dell’attualità.